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La Crisi d'Impresa La Crisi d'Impresa

La motivazione nella liquidazione del compenso al curatore

Stabilisce l’art. 137, co. 1, D. lgs 12 gennaio 2019, n. 14, cd. C.C.I.I., non dissimilmente dall’art. 39, co. 1, della precedente legge fallimentare, che “il compenso e le spese dovuti al curatore, anche se la liquidazione giudiziale si chiude con concordato, sono liquidati su istanza del curatore con decreto del tribunale non soggetto a reclamo, su relazione del giudice delegato, secondo le norme stabilite con decreto del Ministro della giustizia”. La disposizione si applica anche per la liquidazione del compenso e delle spese dovuti al commissario giudiziale nel concordato preventivo (art. 92, co. 2, D. lgs cit.).

Il Decreto Ministero della Giustizia 25 gennaio 2012, n. 30 – “Regolamento concernente l’adeguamento dei compensi spettanti ai curatori fallimentari e la determinazione dei compensi nelle procedure di concordato preventivo” – all’art. 1, stabilisce, quale criterio generale, che il compenso al curatore è liquidato dal tribunale “tenendo conto dell’opera prestata, dei risultati ottenuti, dell’importanza del fallimento, nonché della sollecitudine con cui sono state condotte le relative operazioni”.

Come è noto, il D. M. n. 30/2012, in quanto regolamento è fonte di diritto (art. 1, n. 2), delle preleggi), ed è vincolante per il giudice (art. 113, co. 1, cod. proc. civ.), a meno che non contenga “norme contrarie alle disposizione di legge” (art. 3, co. 1, preleggi). Il criterio generale fissato dall’art. 1, D.M. 30/2012, tuttavia non si presta ad essere disapplicato in quanto le espressioni utilizzate sono conformi a principi di ragionevolezza e proporzionalità, immanenti nel nostro ordinamento giudiziario. Può invero affacciarsi la domanda se le percentuali dettate dal Ministero all’art. 1 siano vincolanti per il giudice; quand’anche fosse ipotizzabile una risposta negativa, non v’è dubbio che il discostarsi comporterebbe per il giudice l’obbligo di un’adeguata motivazione.

Parimenti non v’è dubbio che la motivazione di qualsiasi provvedimento autoritativo richieda una motivazione adeguata, che, per quanto sobria possa essere, consenta al destinatario del provvedimento di comprendere gli elementi considerati dal giudice e la loro valutazione. La motivazione di un atto, sia esso amministrativo sia giudiziario, è espressione di civiltà e giustizia e deve consentire al suo destinatario di vagliare la fondatezza di un eventuale ricorso contro tale atto.

Stabilisce l’art. 137, co. 1, C.C.I.I., che il decreto del tribunale, con cui sono liquidati il compenso e le spese dovuti al curatore, non è soggetto a reclamo. Il suddetto decreto ha natura decisoria; al pari di una sentenza è quindi impugnabile in ogni stato e grado del procedimento per la tutela dei diritti su cui eventualmente incida (per il principio dell’interpretazione adeguatrice all’art. 24, co. 1, Cost.). Il divieto di reclamo, quindi, non si estende agli altri mezzi d’impugnazione quali l’appello, il ricorso per cassazione, la revocazione e l’opposizione di terzo (art. 323 cod. proc. civ.).           In particolare il decreto di liquidazione, come tutti i provvedimenti giurisdizionali aventi natura decisoria, può essere impugnato per violazione di legge con ricorso straordinario per cassazione ex art. 111, co. 6 e 7, Cost. (ex multis G. Lo Cascio, Codice commentato del fallimento, Assago 2015, 441 e 442; Cass., 17 febbraio 2020, n. 3871, punto 14).    

Il rimedio del ricorso straordinario, data la necessità di chiedere la nomina di un curatore speciale del fallimento al primo presidente della Corte di Cassazione per resistere al ricorso e, una volta avutala, l’accantonamento di una somma pari alla richiesta del curatore ricorrente, maggiorata delle eventuali spese legali nel caso di soccombenza, pare penalizzante gli interessi del fallimento e del curatore ad una sollecita composizione della vertenza.

E’ altresì proponibile, qualora il tribunale sia incorso in omissioni o in errori materiali di calcolo, il ricorso per correzione ex art. 287 del codice di rito.

Riprendendo il tema della motivazione, la liquidazione del compenso da parte del Tribunale deve (il regolamento esclude la discrezionalità di operare una diversa determinazione) enuclearsi in quattro componenti: una percentuale sull’ammontare dell’attivo realizzato (art. 1, co. 1, del Decreto), una percentuale sull’ammontare del passivo (art. 1, co. 2), il rimborso forfettario delle spese generali in ragione del 5% (art. 4, co. 2) e il rimborso delle spese vive effettivamente sostenute, autorizzate (anche attraverso ratifica) dal giudice delegato, documentalmente provate (art.  137, co. 1, CCII), oltre l’ulteriore compenso in caso di continuazione dell’attività d’impresa (art. 3 del decreto). L’obbligo di motivazione e di trasparenza degli atti, anche al fine di appalesare l’eventuale sindacato giudiziario, richiede una distinta indicazione di tali componenti.

Tale distinta indicazione talvolta manca in alcuni decreti del tribunale.  


Autore: Giuseppe Verna, dottore commercialista in Milano

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